Il potere dell’algoritmo: chi decide cosa vediamo?

Apri un social, uno qualsiasi. Il tuo dito scorre il feed con la stessa naturalezza con cui respiri. Un gattino, un influencer che piange, un video motivazionale con musica epica, una pubblicità di un oggetto che non sapevi di volere (ma che ora, stranamente, desideri).

Ti dici: “Sono io a scegliere cosa guardare”, ma non è così.
C’è qualcuno — o meglio, qualcosa — che ha già deciso per te. Si chiama algoritmo, “L’algoritmo è l’infrastruttura invisibile che organizza la nostra attenzione (James Bridle). E no, non puoi invitarlo a cena per discuterne, anche se tecnicamente vive con te, ti osserva, e ti conosce meglio di quanto faresti tu sotto tortura psicologica.

L’algoritmo: non è magia

Chiariamo una cosa: un algoritmo non è un’entità senziente che trama nell’ombra (almeno non ancora), ma una sequenza di istruzioni logiche progettata per ottenere qualcosa.
Nel caso delle piattaforme digitali, quel “qualcosa” è di solito la tua attenzione. E per estensione: i tuoi clic, i tuoi dati, i tuoi soldi.

Immagina tua zia ficcanaso al pranzo di Natale. Ti osserva, annota tutto: che torta scegli, con chi parli, quanto vino bevi. Il giorno dopo, ti manda una pubblicità per disintossicarti… e per rimetterti in gioco.

Ecco, l’algoritmo fa lo stesso. Solo su scala globale. E senza la decenza di offrirti il dolce.

Il feed che vedi su Instagram, TikTok, YouTube (o dove vuoi) non è una linea temporale. È un buffet personalizzato, costruito non in base a ciò che tu vuoi, ma in base a ciò che ti farà restare il più a lungo possibile.
Perché più resti, più scrolli.
Più scrolli, più clicchi.
Più clicchi, più guadagni per loro.
E così via, in un eterno ciclo alimentato da te. Tipo criceto con carta di credito, e se vogliamo citare Andrew Lewis “Se non paghi per il prodotto, tu sei il prodotto” – Andrew Lewis (aka “Blue_beetle”, citazione celebre del 2010)

Ma allora chi decide davvero?

Eh, bella domanda! Se ci fosse un consiglio dei saggi, potremmo protestare.
Gli algoritmi sono scritti da team di ingegneri e data scientist con obiettivi tecnici dettati da scopi commerciali. Tradotto: non esiste l’algoritmo “etico”, esiste l’algoritmo “efficiente”. Come ci ricorda, infatti, Cathy O’Neil nel suo Armi di distruzione matematica: “L’algoritmo non ha un’etica. Ha solo un obiettivo”.

“Massimizza il tempo utente”, “aumenta l’engagement”, “ottimizza la conversione”.
Tutti imperativi che sembrano innocui, fino a quando non ti rendi conto che per massimizzare qualcosa, bisogna manipolare qualcosa.

E sì, quel “qualcosa” sei tu!

Peggio ancora, spesso nemmeno chi li crea sa esattamente come funzionano: “Gli algoritmi moderni sono come oracoli: ci parlano, ma non sappiamo come decidono” (Frank Pasquale, The Black Box Society).

Gli algoritmi moderni – soprattutto quelli che impiegano machine learning – imparano da soli: tu inserisci i dati, e loro “capiscono” come ottenere i risultati.
Solo che il criterio di valutazione è sempre quello: più click, più profitto.

E a quel punto, anche se volessimo spegnerlo, il bottone potrebbe non esserci più. O non sapere dove si trova.

Filosofia da divano: Platone, Netflix e il mito della caverna (versione algoritmo)

Platone, nel mito della caverna, raccontava di uomini incatenati fin dalla nascita, costretti a guardare solo le ombre proiettate su una parete. Quelle ombre erano tutto il loro mondo, e per loro rappresentavano la realtà. Un giorno, uno di loro viene liberato — da qualcun altro, non da sé — e costretto a voltarsi, a uscire, ad affrontare la luce. All’inizio non capisce, si fa male agli occhi, rifiuta. Ma poi, piano piano, vede il mondo com’è davvero.

E cosa fa? Torna nella caverna per raccontarlo agli altri. Ma gli altri non solo non gli credono: lo prendono in giro, lo considerano fastidioso, disturbante. Preferiscono le ombre.

Oggi, quelle ombre hanno i like, scorrono in verticale, e si aggiornano da sole. Nessuno ci ha incatenato: ci siamo seduti volontariamente, comodi, col WiFi.
E se qualcuno prova a scuoterci, magari dicendo “Ehi, là fuori c’è altro!”, rischia di essere ignorato. O deriso. “Siamo diventati consumatori passivi della realtà che ci viene servita, invece di esploratori della verità” (Zeynep Tufekci) e, oggi, la caverna ce la portiamo in tasca.

Ogni volta che un algoritmo ti mostra un contenuto, lo fa con un filtro. Quel filtro è disegnato per aumentare la probabilità che tu interagisca. Il che significa che contenuti più estremi, divisivi, scandalosi o “strani” hanno più chance di arrivarti.

Non per un piano malefico alla Black Mirror. Solo perché… funziona meglio.

Il risultato?
Viviamo in bolle cognitive, dove vediamo solo ciò che conferma le nostre idee, alimentando il nostro ego, la nostra rabbia, e il nostro senso di urgenza nell’acquistare una borraccia da 60 euro con scritta “empowerment”.

Possiamo fare qualcosa, o siamo tutti fichi algoritmici?

Spoiler: sì, qualcosa possiamo fare. Ma serve consapevolezza, un pizzico di scetticismo e la voglia di uscire (almeno mentalmente) dalla caverna di Platone 2.0.

Ecco alcune idee perché “Capire come funziona un algoritmo è un atto di autodifesa digitale” (Jaron Lanier):

  • Impara a riconoscere il feed manipolato. Se tutto ciò che vedi ti dà ragione, sospettalo.
  • Cerca attivamente opinioni opposte. Un algoritmo che non sa cosa pensi, si disorienta. E questo è un bene.
  • Usa strumenti alternativi: browser con protezione anti-tracciamento, feed cronologici, app open source.
  • Sii parsimonioso con i tuoi dati: ogni like, ogni clic, è un dato in pasto all’algoritmo. Trattali come se fossero soldi.
  • Sostieni regolamentazioni trasparenti: leggi come il Digital Services Act in Europa sono un primo passo per rimettere un po’ d’ordine in questo Far West digitale.

Quanto valgono davvero i nostri dati?

Ogni clic, ogni scroll, ogni cuore messo a una foto di un cane vestito da Batman… è denaro. Ma non per te.

I tuoi dati — quelli che fornisci volontariamente o lasci cadere come briciole di pane digitale — sono la materia prima dell’economia dell’attenzione. Non li vedi, non li tocchi, ma valgono. Non abbastanza da farti diventare ricco, certo. Ma abbastanza da far diventare qualcun altro miliardario.

Ecco quanto “valiamo” in termini di dati. Spoiler: sei in saldo.

Il listino (non ufficiale) del tuo io digitale

🧠 Piattaforma / Fonte💶 Valore stimato per utente🔍 Cosa viene monetizzato🌍 Contesto
Google~37 € l’anno (Italia) / ~430 € (USA)Ricerche, localizzazione, cronologia acquistiFonte: HelpConsumatori, Proton
Facebook (Meta)~21 € (Italia) / ~202 € (USA)Like, relazioni, profilo politico e abitudiniFonte: databucks.fun, Proton
Instagram~11 €Estetica, lifestyle, consumo visualeFonte: HelpConsumatori
YouTube~10 €Tempo di visualizzazione, pubblicità targetFonte: HelpConsumatori
Twitter/X~119 €Opinioni, polarizzazione, argomenti controversiFonte: databucks.fun
TikTok~31 €Visione passiva, mimetismo comportamentaleFonte: databucks.fun
Mercato neroEmail: ~83 € – Facebook: ~60 € – Instagram: ~42 € – Twitter: ~33 €Credenziali + identità digitale “grezza”Fonte: nicolaporro.it
Start-up tipo Verb.AI~47 €/mese (~564 € annui)Condivisione consapevole di dati + attività onlineFonte: NYPost
Un’equazione semplice:

Tu + tempo + attenzione = denaro (per loro).

E per te? Qualche contenuto virale, pubblicità su misura e magari una borraccia da 60 € con la scritta “Be the change.”

E se ribaltassimo la domanda?

Non “quanto valgono i miei dati?”
Ma: “perché li sto regalando gratis?”

La risposta — a oggi — è che non ci pagano perché non sappiamo quanto valgono. E, come in ogni mercato sbilanciato, chi non sa il valore di ciò che possiede… lo svende.

Calcola quanto vali online

Se sei curioso (o un po masochista) e vuoi sapere quanto guadagnano le piattaforme grazie a te, ecco una stima rapida. Non è una scienza esatta, ma abbastanza precisa da farti alzare un sopracciglio.

Quanto usi queste piattaforme al giorno?
PiattaformaTempo medio al giornoValore stimato annuo
Instagram30 minuti~6 €
YouTube1 ora~10 €
Google (ricerche, Maps, ecc.)20 minuti~30 €
Facebook20 minuti~12 €
TikTok1 ora e 15 min~25 €
Twitter / X15 minuti~15 €

👉NOTA: le cifre indicate nelle tabelle sono stime basate su analisi di mercato, report finanziari delle aziende tecnologiche, studi indipendenti e dati raccolti da fonti come HelpConsumatori.it, Proton.me, Nypost.com, e articoli di approfondimento su monetizzazione e mercato dei dati personali. Il valore reale può variare in base a Paese, uso dei dati e modello di business delle piattaforme.

Vuoi essere pagato per i tuoi dati?

Inizia a nascere un’industria che dice: “ehi, se i tuoi dati valgono, perché non farteli pagare direttamente?”.
Alcune piattaforme ti chiedono accesso volontario ai tuoi comportamenti digitali, e in cambio ti danno denaro o premi.

Ecco una panoramica veloce:
💡 Modello🤑 Pro😬 Contro
Start-up come Verb.AITi pagano fino a 50 €/mese per i tuoi datiHai controllo e consapevolezza
Piattaforme etiche (es. browser tipo Brave)Guadagni criptovaluta in cambio di vedere pubblicitàPiù trasparenza, meno manipolazione
Sondaggi retribuiti / Panel di dati volontariPagano per insight e opinioniGuadagni reali (ma lenti)
Vendita dati personali a broker (sconsigliato)Guadagni direttiPerdita totale di controllo

Forse non serve monetizzare ogni clic.
Ma sapere che qualcun altro lo fa, e quanto, è già un atto di autodifesa digitale.

Conclusione – I tuoi dati valgono. Ma venderli ti costa più di quanto guadagni.

È vero: i nostri dati hanno un valore. E no, non lo stiamo incassando noi.
L’idea di “farsi pagare per i propri dati” può sembrare una rivincita: ti tracciano comunque, tanto vale monetizzare.

Ma facciamo un passo indietro:
💡 Se ti danno 50 euro al mese per accedere alla tua attenzione, è perché ne ricavano 500: stai vendendo sottocosto la tua libertà cognitiva.

🚫 Perché non conviene vendere i propri dati (anche se ti pagano):
  • Ti abitui a considerare normale essere tracciato. Una volta che accetti il prezzo, accetti il principio.
  • Il valore cresce… ma tu resti fermo. I dati accumulati oggi avranno un impatto tra 5 o 10 anni. E saranno ancora usati.
  • La tracciabilità è irreversibile. Una volta che hai condiviso, non puoi “discondividerli”.
  • Sposti il problema, non lo risolvi. Invece di smontare il sistema, lo rendi più raffinato. E più pervasivo.
  • Diventi collaboratore del meccanismo, non oppositore. Da prodotto inconsapevole a fornitore consapevole. Ma sempre prodotto sei.
Quindi, cosa resta?

L’algoritmo è potente, sì. Ma non è invincibile.

Non c’è bisogno di disconnettersi e vivere in una capanna nel bosco (a meno che non ti chiami Thoreau). Basta riappropriarsi del proprio tempo e del proprio giudizio.

“La libertà non è rifiutare la tecnologia. È capire abbastanza da decidere quando usarla, e quando no.”

Scegliere cosa guardare.
Quando scrollare.
E quando chiudere l’app.

Non è molto. Ma è un inizio.

Ultimo promemoria:

Se non paghi per il prodotto, sei il prodotto.

Ma se ti pagano… forse stai vendendo anche qualcosa in più.

L’algoritmo non è una divinità. È un costrutto tecnico. E come ogni costrutto tecnico, riflette le intenzioni di chi lo crea: “La tecnologia non è mai neutra: riflette valori, priorità e ideologie” (Langdon Winner).
Al momento, quelle intenzioni sono: fare soldi, aumentare l’engagement, e farti comprare l’ennesimo oggetto inutile alle tre di notte.

Ma non tutto è perduto. La consapevolezza è il primo passo.
E se non possiamo spegnere gli algoritmi… almeno possiamo imparare a spegnere il telefono ogni tanto e cambiare un po’ noi stessi, scegliendo, davvero, cosa vogliamo vedere, leggere ed ignorare.

Box Extra – 5 cose che l’algoritmo sa meglio di tua madre

  1. Il tuo stato sentimentale prima ancora che tu lo realizzi
  2. Quando sei a rischio binge-watching/disperazione/post-sbronza
  3. Il preciso momento della giornata in cui sei più propenso a cliccare su una pubblicità
  4. Quanto tempo spendi a fissare un post anche senza mettergli like
  5. Qual è il tuo punto debole di acquisto impulsivo (spoiler: è quello che ti verrà proposto domani)

Sopravvivere agli algoritmi: problemi comuni & soluzioni pratiche

Non serve diventare un eremita digitale (o vivere in una yurta senza WiFi).
Ma qualche strumento per non farsi manipolare al 100% può fare la differenza.

Ecco una mini-guida incrociata: dal problema… alla resistenza.

🧨 Il problema😬 Cosa succede🛠️ Soluzione pratica🧰 Strumenti utili
Il feed ti conosce troppo beneTi mostra solo ciò che ti trattiene (e ti conferma)Disattiva feed personalizzati e limita il tempo onlineImposta feed cronologici su Instagram/Twitter; App tipo Minimal Twitter, Siempo
Ogni clic è monetizzatoOgni azione diventa un dato da vendereBlocca tracker, limita i cookie, usa browser privatiBrave, Firefox + uBlock Origin, Privacy Badger, Cookie AutoDelete
Ricevi solo contenuti “su misura”Resti intrappolato nella bolla (bias di conferma)Cerca attivamente visioni opposte, esplora fuori algoritmoSegui account con opinioni diverse, usa Reddit, Mastodon, Feed RSS
Scrolli invece di sceglierePassività digitale e attenzione disintegrataRecupera la scelta attiva: leggi, cerca, selezionaApp per feed RSS (es. Inoreader, Feedly), newsletter curate (es. Valigia Blu)
I tuoi dati personali sono ovunqueTracciamento e profilazione costanteProteggi i tuoi dati come fossero soldiVPN affidabile (es. Mullvad, NordVPN),ProtonMail, Bitwarden, Signal

Fonti e letture consigliate

  1. James Bridle, New Dark Age: Technology and the End of the Future, Verso Books, 2018 (titolo in italiano: Nuova era oscura). Analisi critica sul ruolo degli algoritmi e dell’opacità tecnologica nella società contemporanea.
  2. Cathy O’Neil, Weapons of Math Destruction, Crown Publishing, 2016 (titolo in italiano: Armi di distruzione matematica). Un testo fondamentale per capire come gli algoritmi possono amplificare ingiustizie e discriminazioni.
  3. Frank Pasquale, The Black Box Society: The Secret Algorithms That Control Money and Information, Harvard University Press, 2015. Una panoramica sui rischi della mancanza di trasparenza algoritmica nelle piattaforme digitali.
  4. Zeynep Tufekci, Twitter and Tear Gas: The Power and Fragility of Networked Protest, Yale University Press, 2017. Approfondisce come i social network e i loro algoritmi influenzano movimenti sociali e percezione pubblica.
  5. Jaron Lanier, Ten Arguments for Deleting Your Social Media Accounts Right Now, Henry Holt and Co., 2018 (titolo in italiano: Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social). Una critica diretta ai meccanismi manipolatori delle piattaforme algoritmiche.
  6. Langdon Winner, Do Artifacts Have Politics?, in The Whale and the Reactor, University of Chicago Press, 1986. Classico della filosofia della tecnologia, utile per riflettere sull’ideologia incorporata nei sistemi tecnici.
  7. Shoshana Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism, PublicAffairs, 2019 (titolo in italiano: Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri). Un’opera monumentale su come le aziende tecnologiche monetizzano i dati e influenzano i comportamenti umani.
  8. Digital Services Act (DSA) – Commissione Europea https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/digital-services-act-package

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